Il Cortocircuito della Democrazia

18 Apr , 2025 - Il Messaggio


Dialogo tra un passato lontano e un futuro sprecato

Nel capitolo estratto dal romanzo “Il Messaggio, il post che cambia il mondo” di Cesare Pasetti, assistiamo a un confronto che è, al tempo stesso, commovente e brutale.

Da una parte c’è John, un uomo del futuro (o meglio, del nostro possibile futuro prossimo, il 2030), disilluso e impaurito. Dall’altra c’è Lucio, un uomo del passato che “non ha mai vissuto in democrazia”, e che osserva il mondo moderno con lo stupore di chi si aspettava un paradiso e ha trovato un inferno lastricato di buone intenzioni tecnologiche.

Questo dialogo mette a nudo una delle contraddizioni più dolorose della nostra epoca: il fallimento della promessa del progresso.

L’impotenza nell’età dell’abbondanza

Il punto focale del racconto di John non è la mancanza di risorse, ma l’incapacità di utilizzarle. La descrizione del 2030 è straziante proprio perché non si parla di un Medioevo oscuro, ma di un’epoca illuminata a giorno dai led dei “Tele” (i dispositivi digitali).

“Era inaccettabile che questo accadesse… in un periodo storico nel quale, come mai in passato, erano disponibili soldi, conoscenze scientifiche, strumenti…”

Qui Pasetti tocca un nervo scoperto della contemporaneità. Viviamo in un mondo dove la medicina può compiere miracoli, dove la produzione agricola potrebbe sfamare tutti e dove l’energia potrebbe essere pulita.

Eppure, la narrazione del protagonista è dominata dalla Paura (ripetuta ossessivamente nell’incipit): paura dei veleni nel cibo, paura del clima impazzito, paura della povertà improvvisa.

Il paradosso è evidente: abbiamo costruito una macchina perfetta (la tecnologia e la scienza), ma abbiamo perso il controllo del volante.

La crisi della fiducia democratica

L’aspetto forse più inquietante del testo è la resa politica. John confessa a Lucio che i cittadini erano arrivati a dubitare “persino nella democrazia”. Non per un desiderio autoritario, ma per sfinimento. Il meccanismo del voto viene descritto come un rito vuoto: “chiunque eleggessimo, nonostante le sue promesse… i danni continuavano”.

Questa frase fotografa il cortocircuito tra cittadino e istituzione. Quando il voto non si traduce in un cambiamento tangibile della realtà quotidiana, si crea un vuoto di potere e di speranza. È in questo vuoto che si inserisce la figura di “Ha Ha Hacker”.

L’Hacker come “Sveglia” Collettiva

In un sistema bloccato, dove le vie tradizionali (elezioni, proteste convenzionali) hanno fallito, il cambiamento arriva in modo traumatico e ineludibile. L’intervento dell’Hacker, che prende il controllo di tutti i “Tele” del mondo, rappresenta la rottura della bolla.

Fino a quel momento, ognuno viveva la propria paura in solitudine, magari scorrendo distrattamente le notizie su uno smartphone. L’Hacker obbliga il mondo a fermarsi e a guardare la stessa scritta, nello stesso momento.

La progressione dei messaggi (la paura, la domanda sulla felicità, la ricerca delle cause) è un trattato di psicologia di massa.

  1. Riconoscimento: “So che avete paura.”
  2. Desiderio: “Volete vivere meglio?”
  3. Diagnosi: “Dobbiamo capire cosa permette a chi ci governa di fallire così miseramente.”

Conclusione: La domanda che cambia tutto

La chiusura del capitolo suggerisce che il problema non sono le persone singole (“quali governanti”), ma il sistema che seleziona e protegge una certa “categoria” di leader. Lucio, pur venendo dal passato, capisce subito l’assurdità della situazione. Il suo sguardo esterno ci serve da specchio: ci siamo abituati all’inaccettabile.

Questo capitolo ci lascia con un monito potente: la tecnologia (“i Tele”) è uno strumento neutro. Può essere usata per distrarci mentre il mondo affonda, oppure, come fa l’Hacker, per connetterci tutti in un unico, gigantesco momento di consapevolezza.

La differenza tra la fine del mondo e un nuovo inizio sta tutta nella capacità di farsi, finalmente, le domande giuste.

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